Recensione album 'Dream Theater' 2013

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Recensione album 'Dream Theater' 2013

Messaggio da MrMuschiato » 16/05/2015, 19:06

Vi posto qui una mia recensione dell'ultimo album in studio del gruppo. recensione postata in un'altro forum.


I Dream Theater sono uno dei gruppi più chiacchierati degli ultimi 25 anni. Hanno in gran parte reinventato un genere, hanno creato album bellissimi, hanno passato periodi contrastanti sul profilo musicale e di line-up, e ad ogni uscita di un nuovo disco i pareri di critici, esperti o semplici fan (e haters) sono discordanti: c’è chi stronca il gruppo ancora prima di ascoltare l’album come c’è chi fa passare ogni nuovo lavoro come il disco più importante e ben suonato degli ultimi 30 anni. A settembre è uscito il dodicesimo album in studio della band americana, intitolato semplicemente Dream Theater, come a voler dare un nuovo inizio, un nuovo cammino alla loro pluridecennale storia. Capolavoro? Cagata pazzesca? Album mediocre? Scopriamolo assieme.



Il titolo si apre con False Awakening Suite, una intro voluta dal gruppo per aprire i loro prossimi concerti; il pezzo è corto ma contiene dei bei spunti; ma il primo vero pezzo dell’album è The Enemy Inside, usata anche come singolo prima dell’uscita dell’album. La traccia racchiude bene l’essenza dei Dream Theater odierni: velocità, r.potenza, tecnica, e quell’incredibile alone di nostalgia e mistero che solo loro riescono a regalare. Un ottimo pezzo, anche se non ci troviamo davanti ai cambi di tempo e alle genialate di Awake o Scenes from a Memory, ma il riff prende dalla prima volta che lo si ascolta, e i 6 minuti abbondanti passano via lisci fra headbanging e braccia alzate. Il drumming di Mike Mangini ( al suo secondo album da componente dei DT, ma nel precedente i pezzi di batteria erano stati scritti per lo più dal chitarrista John Petrucci) è ben calato nelle sonorità ormai collaudate degli altri 4 Theater.

The Looking Glass regala la prima sorpresa dell’album: sembra di essere tornati indietro di 20 anni, all’epoca di Images and Words e dei Dream Theater più sognanti, più Prog Rock e meno Trash Metal. Il pezzo è di pregevole fattura e fa ricordare, finalmente, i momenti più vecchi e belli della band; non che manchino comunque le parti più spinte, come la strofa a metà brano, ma il pre ritornello, il ritornello, la voce soave, i cori ricordano molto i primi lavori della band. Non senza una lacrimuccia.

Enigma Machine è una canzone strumentale, ottima per mettere in mostra le capacità tecniche dei 4 musicisti. Le parti, ovviamente, sono suonate alla perfezione, e la canzone è di ottima qualità, anche se non arriva ai livelli di Erotomania. Da segnalare l’agghiacciante (in senso positivo, mette i brividi) cambio a 3:40, il tipico pezzo nostalgico/misterioso di cui parlavo prima e lo stacco di Mangini al quinto minuto. Quest’uomo è veramente un mostro, ve lo dice un batterista.

Il quinto brano, The Bigger Picture altro non è che una ballata in pieno stile Dream Theater. Il pezzo parte con un riff potente per poi perdersi un pò in una parte tranquilla con piano e voce; la canzone si riprende con il ritornello, ben cantato e ben suonato e nella seconda parte, con sferzate di chitarra più potenti .Nota di merito per il testo,ma ne parlerò più avanti. Per il solo di chitarra Petrucci mette da parte la sua tecnica e ci regala un solo più intimista, suonato più col cuore che con le dita. E nel marasma di assoli ipertecnici della discografia Petrucciana è un bene.

Behind the Veil parte con un intro di tastiera di Rudess, molto bello ma che pecca un po’ d’originalità. Il pezzo si evolve in un riff molto cattivo che supporta una delle parti cantate più originali di LaBrie; il pezzo segue uno schema tipico dei Dream Theater, calando nel preritornello e regalando un ritornello più pacato, con doppie voci ben congegnate. Il brano non brilla certo d’originalità, ma è preferibile un pezzo classico ben suonato e pensato che dei brani più originali ma che poco centrano col gruppo (andate ad ascoltarvi Buil me up, break me down dal precedente album e capirete).

Surrender to Reason riprende per la seconda ( e purtroppo ultima) volta le sonorità dei primi Dream Theater dell’era LaBrie regalando un bel pezzo, evocativo e intimista, che si evolve nella seconda parte in riff più graffianti e decisi. Il brano è ottimo ma segue comunque le linee classiche del genere, senza innovare nulla.

Along for the Ride è un’altra (l’ennesima) ballata Prog Metal, pezzo discreto e nulla più, un po’ troppo ruffiano e ridondante per essere considerato un buon pezzo. Un riempitivo e nulla più.

Passiamo all’ultimo brano, la suite da 22 minuti Illumination Theory, il brano più atteso e seguito dai fan dei Dream Theater, il pezzo che sarebbe potuto diventare la nuova Octavarium. Sarebbe. Purtroppo i Dream Theater prendono una buona idea, un buon riff di partenza e una discreta prima parte di canzone e la buttano letteralmente alle ortiche con un inspiegabile pausa a metà brano, seguita da un pezzo orchestrale che ben poco centra col resto della canzone; la terza parte, più pacata rispetto all’inizio non riesce a risollevare un brano che è veramente un’occasione sprecata. Con delle idee migliori, o semplicemente con le stesse idee lavorate in maniera diversa potevamo trovarci davanti al nuovo capolavoro della band. Inspiegabili gli ultimi minuti del pezzo, con una composizione di piano totalmente slegata dal brano e che non aggiunge nulla. Anzi, affossa del tutto il brano.



I Dream Theater non innovano, non cambiano rotta e non rivoluzionano la loro musica o il genere, ma ripropongono riff e stilemi tipici della loro ventennale musica. Questa può suonare come una critica per alcuni, ma non è necessariamente così. Rispetto al confusionario e distorto A Dramatic Turn of Event e alle licenze troppo Metal di Train of Though e di buona parte di Systematic Chaos ci troviamo davanti ad un album più granitico, più classico e con canzoni più interconnesse tra loro. Ottimo come sempre il lavoro dei quattro musicisti, anche se a volte Rudess esagera con i suoi stacchi a base di suoni di dubbio gusto, ma un plauso va fatto al cantante James LaBrie, che pur non raggiungendo gli eccellenti livelli del debutto mette in mostra una voce potente e curata. I testi sono scritti soprattutto da John Petrucci e sono come sempre impegnati, toccanti e mai banali, un marchio di fabbrica ormai collaudato per il gruppo.

Il mio consiglio è di dargli una possibilità, un'ascoltata, e poi un altra e un altra ancora: non è un disco facile da capire, che ti prende al primo colpo, ma ai neofiti potrebbero piacere le spinte più Heavy dei brani, mentre ai nostalgici pezzi come The Looking Glass e Surrenderer to Reason faranno tornare alla mente i vecchi fasti della band americana.
Gobelini, coboldi, elfi, eoni, la mandragora, il fico sacro, la betulla, la canfora, l'incenso, le ossa dei morti lanciate contro il nemico, i nani!

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