1990 - Intervista a Ritchie Blackmore

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1990 - Intervista a Ritchie Blackmore

Messaggio da Watcher » 02/04/2015, 20:33

Il generale Stratocaster
di Harold Steinblatt

E’ una giornata fredda e piovosa nel Connecticut. Io e l’executive editor Brad Tolinski ci troviamo nella hall di un bell’albergo, in attesa di incontrare Ritchie Blackmore. Il glorioso chitarrista, nella sua infinita clemenza, ci ha garantito una rara intervista (forse l’imminente uscita del nuovo disco dei Deep Purple, Slaves And Masters, con la partecipazione del neo entrato Joe Lynn Turner, c’entra qualcosa).
Al momento Blackmore sta cenando con alcuni amici e ci raggiungerà alla fine della cena. Io e Tolinski siamo un po’ in apprensione, L’irascibilità di Blackmore e leggendaria quasi quanto la sua antipatia nei confronti della stampa.
Mi sento come se dovessi incontrare Darth Fener, il cattivo di Guerre stellari. Mentre controllo il mio registratore, per verificare che sia tutto in ordine (sono sempre preoccupato che si rompa) uno scenario sinistro si agita ripetutamente nella mia mente. Immagino che l’intervista sia cominciata con questa prima domanda: “In che cosa differisce l’attuale formazione dei Deep Purple rispetto a quelle passate?”
Blackmore mi guarda fisso diventando nero dalla rabbia: “Come osi chiedermi una cosa del genere?”, urla. “Prendi questo!” Mi spacca una strato bianca sulla testa che cade in mille pezzi tutt’intorno a me. Quindi, si alza e se ne va.
Fine dell’intervista.
Ritorno all'ansiosa realtà, tranquillizzandomi al pensiero che il mio eroe non può essere un tale orco. Poi mi ricordo che da giovane Blackmore aveva una certa inclinazione per il gettare uova, pomodori e buste di farina da quattro pounds da veicoli in movimento ai passanti (presumibilmente con una particolare preferenza per le donne anziane su sedia a rotelle).
Alla fine, un tizio dell’entourage di Blackmore si avvicina per dirci che il grande è pronto. Entriamo nella sala della cena soffusamente illuminata, accompagnati dal suono vellutato di un pianoforte, chiacchiere da dopocena e rumore di piatti. Di lì a poco incontriamo R.B.
E' in ottima forma. Una cera migliore di quella che aveva dieci anni fa, che è molto di più di quanto si possa dire per la maggior parte dei vecchi rockers. Al solito veste in nero, tranne che per una camicia bianca ornata di pieghe che lo fa assomigliare a un nobile francese. Stringe le nostre mani tese (buon segno, penso) e ci presentiamo. Blackmore si siede e ordina una birra.
“Sei pronto?”, chiedo e lui annuisce. Ma prima che io possa fare la prima domanda, indica il mio registratore e dice: “A proposito, quello non è acceso, vero?”. “Oh no”, penso “Il nastro è rotto”.
Le mie peggiori paure cominciavano ad avverarsi. Tolinski mi fissa, lo spavento si imprime sui suoi lineamenti. Controllo il dispositivo ma sembra correre morbidamente. Mi giro verso Blackmore, un tantino confuso e insisto: “Si sta muovendo, è acceso”. “Volevo solo accertarmene”, dice furbescamente. In pochi sconvolgenti istanti dimostra che, a dispetto della sua reputazione, è un diavolo di bravo ragazzo, divertente, il tipo ideale con cui passare il tempo.
Si esibisce persino in un trucco di prestidigitazione trasformando un nichelino in un quarto di dollaro proprio davanti ai nostri occhi meravigliati.
Due ore dopo il proprietario del ristorante si avvicina annunciando: “Stiamo chiudendo!” Io ringrazio infinitamente Ritchie per essere stato cosi disponibile. “Grazie a voi per essere stati cosi attenti”, dice questo amabile flagello dei giornalisti rock.

- In che cosa differiscono, rispetto alle formazioni del passato, questi nuovi Deep Purple?
- Dal punto di vista musicale, direi che il cantante non beve cosi tanto (ride), ma seriamente più divento vecchio e più ho voglia di sentire della melodia. Abbiamo lavorato veramente duro per cercare di dar vita a belle canzoni, che si potessero ricordare, ed a progressioni armoniche piacevoli. E’ questo che mi interessa al momento. Ci ha anche aiutato il fatto che il nuovo cantante, Joe Lynn Turner, scriva e canti delle grandi melodie. Con Joe non abbiamo dovuto affidarci troppo a riff pesanti. Quando avevo vent’anni non mi interessavo affatto della costruzione delle canzoni, volevo soltanto fare più casino e suonare il più forte ed il più velocemente possibile.

- Come chitarrista, che cosa hai cercato di fare di diverso su questo nuovo disco? Ad esempio, l’assolo di “King Of Dreams” ha un tocco esotico che non appare in nessuno dei tuoi dischi precedenti.
- Desideravo che quel suono evocasse un certo mood. Non voleva essere un esercizio di velocità senza senso ecco perché ci sono molte pause. Stavo cercando di fare in modo che diventasse un’estensione della melodia della voce e che esprimesse qualcosa di collegato a quella dannata canzone. Non volevo solo far vedere alcuni trucchetti che avevo imparato al negozio di strumenti musicali il sabato mattina.

- Quando scrivi o quando sei occupato alla pre-produzione di un album cerchi di lavorare prima agli assoli?
- Non lavoro mai sui miei soli. Ogni cosa che faccio, di solito, viene spontaneamente. Se qualcuno dice: “Quello andava bene, risuonalo!”, non sono in grado di farlo. L’unico assolo che ho imparato a memoria è “Highway Star” (dall’album Machine Head), mi piaceva suonare quella fuga di semitoni nella parte centrale.

- ll tastierista Jon Lord suona più tessiture armoniche, piuttosto che vere e proprie frasi su questo nuovo disco.
- A Jon piace capire cosa sto per fare, e lui lo esalta. Non è un leader, a lui piace seguire.

- E questa la ragione per la quale la vostra collaborazione è durata così a lungo?
- Sì, perché non ci pestiamo i piedi a vicenda.

- Torniamo agli inizi dei Deep Purple: come vi siete incontrati tu e Jon?
- L’ho incontrato in un bar di travestiti ad Amburgo, in Germania, nel 1968 (ride). Alla fine degli anni sessanta c’erano pochi organisti in grado di suonare come Jon. Avevamo gli stessi gusti musicali, ci piacevano i Vanilla Fudge, erano loro i nostri eroi. Di solito suonavano allo Speakeasy di Londra e tutti gli hippies andavano là per passare il tempo - Clapton, i Beatles, tutti andavano là per farsi vedere. Secondo la leggenda in quegli anni a Londra il fenomeno era Hendrix, ma questo non è vero: erano i Vanilla Fudge! Suonavano brani di otto minuti con una dinamica incredibile, la gente si chiedeva: “Che sta succedendo? Come mai non sono tre minuti?” Timmy Bogert, il loro bassista, era fantastico tutto il gruppo era molto più avanti del suo tempo. Cosi, all’inizio, volevamo essere una copia dei Vanilla Fudge, ma il nostro cantante, Ian, voleva essere Edgar Winter, diceva: “Voglio urlare come lui, come Edgar Winter!”. Ed ecco quello che eravamo: i Vanilla Fudge con Edgar Winter!

Dopo il vostro disco d'esordio Concerto For Group And Orchestra (1970) con la Royal Philarmonic Orchestra, il vostro stile esecutivo divenne un tantino più aggressivo. L’album In Rock rimase un punto di riferimento per tutti i dischi successivi dei Purple.
- Mi ero stancato di suonare con le orchestre, l’album In Rock esprimeva il mio desiderio di uscire da un certo andazzo. Ian Gillan, Roger Glover ed io volevamo essere un gruppo di hard rock e volevamo suonare solo rock and roll e cosi proseguimmo in quella direzione. Sentivo che tutta la cosa con l’orchestra era un po’ monotona. Voglio dire, tu stai suonando nella Royal Albert Hall, la gente è seduta con le braccia conserte e tu sei lì in piedi, vicino ad un violinista che, ogni volta che fai un solo, si tappa le orecchie: non ti fa sentire granché ispirato!

- Sempre nell’album In Rock, hai cominciato a fare un gran uso della leva del vibrato.
- Sì, è cosi. Avevo visto la James Cotton Blues Band al Fillmore East, ed il chitarrista del gruppo suonava con la leva del vibrato e produceva dei suoni veramente affascinanti. Dopo aver visto lui cominciai ad usarla anch’io, ma anche Hendrix mi aveva ispirato.

- Di solito facevi fare alla leva un grande lavoro.
- Impazzivo. Usavo delle leve fatte apposta, un quarto di pollice di spessore, perché continuavo a rompere quelle normali. Il mio liutaio mi guardava in modo strano e mi diceva “Che diavolo gli fai a queste leve?”
Alla fine mi diede una gigantesca leva da mezzo pollice di solido acciaio e disse “Se rompi anche questa, non ne voglio più sapere!”. Circa tre settimane dopo tornai al negozio, mi guardo e disse: “Non l’avrai fatto, vero?”. “L’ho fatto!” dissi. Gli spiegai dettagliatamente di come avessi roteato la chitarra tenendola per la leva, l’avessi scaraventata sul palco, ci fossi salito sopra e avessi strappato la leva con entrambe le mani. Era una specie di purista e non ne fu granché affascinato.

- Ci sono un sacco di rumori strani in un brano dell’album In Rock, sei tu che scaraventi la tua chitarra in giro per lo studio?
- Se ricordo bene, stavo sbattendo la chitarra sulla porta della regia. Il tecnico del suono mi guardava in modo strano. Era il tipico esponente della vecchia scuola, come il mio liutaio: non era affatto affascinato.

- Hai mai provato un sistema di tremolo con il blocca corde?
- No, non uso più la leva, è diventata troppo popolare.

- Tra l’album In Rock e Fireball sei passato dalle Gibson alle Fender Stratocaster: come ha influito questo passaggio sul tuo modo di suonare?
- E’ stato difficile perché é molto più facile muoversi tra le corde su una Gibson, le Fender hanno una tensione maggiore e cosi devi combatterci un po’ di più. Mi sono fissato con le Fender perché mi piaceva
talmente il loro suono, specialmente quando accoppiate ad un wah-wah.

(continua)
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Re: 1990 - Intervista a Ritchie Blackmore

Messaggio da Hairless Heart » 03/04/2015, 0:38

Ottima ed interessantissima iniziativa! [approve]
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Re: 1990 - Intervista a Ritchie Blackmore

Messaggio da MrMuschiato » 03/04/2015, 2:06

Interessante, dei Deep Purple ho letto e sentito spesso interviste di Ian Gillan, molto meno di Ritchie, aspetto la seconda parte!
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Re: 1990 - Intervista a Ritchie Blackmore

Messaggio da Watcher » 03/04/2015, 15:47

Il generale Stratocaster (seconda e ultima parte)
di Harold Steinblatt

- Nel periodo di Fireball e Machine Head (1972) il tuo modo di suonare assunse qualche contorno blues e funk, c’entra qualcosa Hendrix?
- Ero rimasto molto impressionato da Hendrix. Non tanto dal suo modo di suonare, quanto dal suo atteggiamento: non era un grande esecutore, ma ogni altra cosa era affascinante, il modo in cui camminava era affascinante ed il suo modo di suonare era sempre un po’ strano. Hendrix mi ha ispirato, ma ero più vicino a Wes Montgomery, e in quel periodo mi piacevano anche gli Allman Brothers.

- Cosa pensi di Stevie Ray Vaughan?
- Sapevo che questa domanda sarebbe arrivata. La sua morte è stata veramente tragica, ma sono sorpreso che ci sia cosi tanta gente che lo considera uno strumentista brillante quando ci sono musicisti come Buddy Guy, Albert Collins, Peter Green, Mick Taylor o Johnny Winter, che è uno dei migliori chitarristi blues del mondo ed è anche molto sottovalutato, il suo vibrato è incredibile. Stevie Ray Vaughan era molto intenso e, forse, è proprio questo che ha catturato l’attenzione di tutti, ma come chitarrista non faceva niente di eccezionale.

- Come hai maturato il tuo personalissimo stile di vibrato con le dita?
- Agli inizi non facevo mai il vibrato con le dita, mi ero fatto la reputazione di chitarrista veloce. Poi sentii Clapton, ricordo che gli chiesi “Hai uno strano stile, suoni con quegli attrezzi per il vibrato?”
Veramente una domanda stupida, ma lui fu molto gentile con me e poco dopo cominciai a lavorare sul mio vibrato, ci vollero due o tre anni per sviluppare quella tecnica, intorno al ’68 -‘69 si comincia a sentire nel mio modo di suonare.

- Ho notato che le tue parti ritmiche non sono sempre suonate con il plettro.
- Quello è perché sono pigro. E’ come per Jeff Beck, quando non riesce a trovare un plettro suona con le dita, sai come succede, sei lì che guardi la televisione e non riesci a trovare un plettro e allora suoni con le dita. E come per il riff di “Smoke On The Water”, rimarresti sorpreso di quanta gente suoni quel riff con le pennate in giù come se fossero accordi: io strappo il riff, che fa un mondo di differenza, altrimenti stai solo prendendo la tonica prima della quinta.

- Secondo te qual è il motivo per il quale di tutto il tuo lavoro “Smoke On The Water” è ancora così affascinante? Il riff è l’equivalente rock dell’attacco della quinta di Beethoven.
- La semplicità è la chiave e quel riff è semplice, senti ancora la gente che lo suona nei negozi di strumenti. Non avevo avuto il coraggio di scriverlo fino a quando non ho sentito “I Can’t Explain” e “My Generation”, quei riff erano cosi efficaci che ho pensato: “Bene, se Pete Townshend può andare avanti con quella roba, lo posso fare anch’io”.

- Che cosa hai pensato di Tommy Bolin quando ha preso il tuo posto nei Deep Purple dopo che tu nel ‘74 te ne sei andato?
- L’avevo sentito nel disco Spectrum di Billy Cobham e avevo pensato “Chi è questo ragazzo?” Poi l’avevo visto in televisione e aveva un look incredibile, tipo Elvis Presley. Capii che sarebbe diventato grande. Quando ho sentito che i Purple l’avevano chiamato ho pensato che fosse veramente forte, era sempre cosi modesto. Mi ricordo che mi invitava continuamente a casa sua a Hollywood perché vedessi la sua chitarra. Un giorno lo andai a trovare. Entrai e cominciai a cercarlo, ma non c’era nessuno, la casa era deserta, non c’erano neanche i mobili, niente. Rimasi lì per una decina di minuti e, alla fine, apparve. Mi mostrò la sua chitarra. Le corde erano ricoperte da uno strato di sporcizia alto un quarto di pollice, era come se non le avesse cambiate da almeno quattro anni. Gli chiesi quando avesse cambiato le corde l’ultima volta e rispose molto seriamente: “Beh, non lo so, credi che dovrei farlo?”

- In seguito alla tua uscita dai Deep Purple sei tornato in una direzione tendenzialmente classica con i Rainbow.
- Non sono mai stato sicuro di quello che volevo fare, il blues mi sembrava troppo limitato, circoscritto. Ho sempre pensato - con il dovuto rispetto per B.B. King - che non si possono suonare solo quattro note.
La musica classica, d’altra parte, era sempre troppo disciplinata e quindi ho sempre suonato a cavallo tra questi due generi in una sorta di terra di nessuno musicale.

- Hai mai giocato con l’idea di suonare unicamente musica classica?
- Sì, mi piacerebbe ritornare nel 1520, al tempo della mia musica preferita. In Germania alcuni miei amici hanno un vero quartetto e suonano musica medievale, ho sempre desiderato suonare con loro, ma non è ancora capitato. In generale, però, non sono sufficientemente preparato, tecnicamente, per essere un musicista classico. Quando ti muovi in ambiente classico devi essere rigoroso ed io non sono un musicista rigoroso, mi piace improvvisare.

- Il brano “Stargazer” dal secondo album dei Rainbow (Rainbow Rising, 1976) ha una connotazione classica molto forte. Come è nato quel pezzo?
- Era un buon pezzo, l’ho scritto con il violoncello. Tra il '75 ed il ’78 avevo lasciato perdere la chitarra, avevo completamente perso l’interesse, ero stufo di ascoltare gli altri chitarristi ed ero stanco dei miei pezzi. Quello che volevo era essere Jacqueline Du Pre al violoncello e cosi ho cominciato a suonarlo.

- Hai mai registrato niente con un violoncello?
- Sì, ma solo una piccola parte in una traccia di sottofondo, non ricordo in che pezzo. Devi dedicare tutta la vita al violoncello e, quando me ne sono reso conto, ho ripreso in mano la chitarra ed ho alzato un po’ il volume dell’amplificatore.

- C‘é qualcosa che hai imparato sul violoncello e hai applicato alla chitarra?
- Non proprio, il violoncello è uno strumento malinconico, uno strumento isolato e triste... ma era la scelta giusta per me in quel momento, perché la mia ragazza mi aveva lasciato e stavo attraversando una fase nera.

- Cosa ne pensi di Yngwie Malmsteen? Lui spesso parla di te come uno dei musicisti che lo ha influenzato.
- E stato sempre molto gentile con me e mi sono trovato sempre bene con lui. Non lo capisco, suona quello che indossa e i suoi movimenti fanno un po’ rabbrividire. Normalmente diresti “Beh, il ragazzo è un po’ cretino”, ma quando lo senti suonare dici ”No, questo qui non è cretino, sa quello che fa”. Deve solo calmarsi un po’, non è Paganini, sebbene sia convinto di esserlo. Quando riuscirà a rompere tutte le corde tranne una e continuare a suonare lo stesso pezzo allora sarò impressionato. In tre o quattro anni sentiremo del buon materiale realizzato da lui.

- Cosa pensi del tapping?
- Grazie a Dio è arrivato alla fine. La prima persona cui ho visto eseguire quelle cose in hammer-on è stata Harvey Mandel al Whisky A Go-Go nel ’68. Ho pensato “Che diavolo sta facendo?” (ride). Jim Morrison fu portato via perché stava insultando il gruppo. C’era Jimi Hendrix, eravamo tutti ubriachi e tutti dicevano “Cosa sta facendo?” Anche la gente aveva smesso di ballare, ovviamente Eddie Van Halen deve aver ripreso un paio di quelle cose.

- Cosa ne pensi di lui?
- E’ probabilmente uno dei musicisti più influenti degli ultimi quindici anni dato che tutti sono corsi a comprarsi una di quelle... cosa suona lui... .. Charvel, Carvel...

- Kramer, con il blocca corde.
- Già, con il blocca corde! E tutti sono impazziti per l’hammer-on, quindi è chiaro che qualcosa deve aver fatto. E’ un grande chitarrista ma sono rimasto più colpito dal suo recente lavoro di composizione e di tastiere. Credo che verrà ricordato, forse potrebbe essere il prossimo Cole Porter.

- Come ti senti rispetto al fatto di essere un guitar-hero?
- E’ divertente trovarsi in questa posizione, perché la prima volta che sono venuto in America ho pensato: “Perché andare in America dove ci sono questi fantastici chitarristi?” Ero appassionato di gente come Speedy West (un grande della pedal steel) e Jimmy Briant (chitarrista country) e quando avevo tredici anni non riuscivo a credere quanto fossero bravi. Pensavo “Quando andrò in America mi ammazzeranno”. Le cose cambiarono quando riuscimmo ad avere un hit con il brano “Hush”. Incontravo della gente che mi diceva “Ehi, suoni veramente bene la chitarra”. Ma io rispondevo “Come fate a dire questo quando a Nashville siete pieni di gente che mi da una pista?” A Hee Haw é pieno di questi ragazzi veramente fantastici. Jeff Beck una volta mi ha raccontato che era andato a Nashville per fare un disco e il tizio che stava pulendo lo studio gli chiese “Puoi prestarmi la tua chitarra per un secondo?”, “Senz’altro” disse Jeff. Il tizio cominciò a suonare e spazzò letteralmente via Jeff. Subito dopo Jeff ripartì. Grazie a Dio tutti questi fantastici musicisti se ne restano a Nashville!

- E’ cambiato il tuo modo di avvicinarti al sound processing? Hai mai provato qualcuna di queste unità di multieffetti a rack?
- Non mi metto al livello di Jeff Beck, ma posso essere d’accordo con lui quando dice che preferisce occuparsi della sua collezione di automobili piuttosto che suonare la chitarra. Amo altre cose nella vita, ma quando prendo in mano la chitarra desidero semplicemente collegarla ad un potente amplificatore, ed tutto. Forse se avessi vent’anni farei maggiore attenzione alle apparecchiature, a quarantacinque anni cominci a muoverti in altre direzioni. Mi piacciono gli scarpini da pallone, ed ascolto musica rinascimentale: queste sono le cose che veramente mi appassionano. Ci sono cosi tanti effetti e nuovi chitarristi... non posso seguire tutto. Quando li senti improvvisamente ti rendi conto che suonano tutti allo stesso modo: un Van Halen velocizzato.

- Hai uno studio di registrazione domestico?
- No, non ce l’ho: tutti hanno il loro studio domestico. Preferisco scrivere qualcosa sullo stimolo del momento piuttosto che durante una session di registrazione: credo nell’ispirazione.

- Cosa riserva per te il futuro?
- Sono molto attratto dalla musica rinascimentale, ma mi piace ancora suonare hard rock, purché raffinato e solo se c’è qualche idea dietro. Non voglio buttarmi su un palco e recitare stupidamente, vedo che ci sono troppi gruppi che lo fanno. Ci sono un sacco di cose di oggi che mi disturbano: e musica cosi imitativa. Dove sono le band progressive come i Cream, Procol Harum, Jethro Tull o Experience?
(Fine)
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Re: 1990 - Intervista a Ritchie Blackmore

Messaggio da Watcher » 03/04/2015, 15:53

Quando riuscirà a rompere tutte le corde tranne una e continuare a suonare lo stesso pezzo allora sarò impressionato. [...]

Questa è da incorniciare. [approve]

Questa un po' meno. :|
- Ero rimasto molto impressionato da Hendrix. Non tanto dal suo modo di suonare, quanto dal suo atteggiamento: non era un grande esecutore, ma ogni altra cosa era affascinante, il modo in cui camminava era affascinante ed il suo modo di suonare era sempre un po’ strano.
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Re: 1990 - Intervista a Ritchie Blackmore

Messaggio da Hairless Heart » 03/04/2015, 16:09

Watcher ha scritto:Hendrix ......non era un grande esecutore
:shock:
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Re: 1990 - Intervista a Ritchie Blackmore

Messaggio da Watcher » 03/04/2015, 16:24

Veramente non l'ho scritto io....
[smile]
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Re: 1990 - Intervista a Ritchie Blackmore

Messaggio da Hairless Heart » 03/04/2015, 16:26

Prenditi tutte le tue responsabilità.... :lol:
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Re: 1990 - Intervista a Ritchie Blackmore

Messaggio da Watcher » 03/04/2015, 16:43

E vabbè, lo confesso ... Hendrix lo preferisco nel suo modo di camminare.
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Re: 1990 - Intervista a Ritchie Blackmore

Messaggio da mimmo il meccanico » 03/04/2015, 17:55

[happy] D'altra parte dice anche che Hendrix lo ha ispirato per l'uso della leva e alla fine che gli mancano gruppi come gli Experience.

Vabbè, lui è sempre stato un po' così, senza peli sulla lingua, non si è mai fatto problemi, ma spesso è anche molto autocritico, come quando ammette che non sarebbe mai stato capace di diventare un musicista classico, che a Nashville c'erano un sacco di chitarristi migliori o quando dice che a un certo punto era stufo anche dei suoi pezzi.

Secondo me il passaggio più interessante, cioè la chiave per capire il suo stile è questo

"Non sono mai stato sicuro di quello che volevo fare, il blues mi sembrava troppo limitato, circoscritto. Ho sempre pensato - con il dovuto rispetto per B.B. King - che non si possono suonare solo quattro note.
La musica classica, d’altra parte, era sempre troppo disciplinata e quindi ho sempre suonato a cavallo tra questi due generi in una sorta di terra di nessuno musicale."


Può piacere o non piacere, tutto gli si può dire, ma in effetti come suona lui, suona solo lui.

Il passaggio più divertente invece


Impazzivo. Usavo delle leve fatte apposta, un quarto di pollice di spessore, perché continuavo a rompere quelle normali. Il mio liutaio mi guardava in modo strano e mi diceva “Che diavolo gli fai a queste leve?”
Alla fine mi diede una gigantesca leva da mezzo pollice di solido acciaio e disse “Se rompi anche questa, non ne voglio più sapere!”. Circa tre settimane dopo tornai al negozio, mi guardo e disse: “Non l’avrai fatto, vero?”. “L’ho fatto!” dissi. Gli spiegai dettagliatamente di come avessi roteato la chitarra tenendola per la leva, l’avessi scaraventata sul palco, ci fossi salito sopra e avessi strappato la leva con entrambe le mani. Era una specie di purista e non ne fu granché affascinato.
ok e adesso?

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Re: 1990 - Intervista a Ritchie Blackmore

Messaggio da Watcher » 03/04/2015, 20:10

Mettiamo un po' di pepe al topic.

Autocritico sì, ma anche molto critico nei riguardi dei colleghi chitarristi.
Di Hendrix abbiamo già detto; Steve Ray Vaughan non faceva nulla di eccezionale; da Yngwie Malmsteen non è ancora impressionato; Van Halen è considerato da lui un grande chitarrista ma è rimasto più colpito dal suo lavoro di composizione e tastiere ( :shock: ) e la vicenda di Nashville è capitata a Jeff Beck, (non a lui). [smile]
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Re: 1990 - Intervista a Ritchie Blackmore

Messaggio da MrMuschiato » 03/04/2015, 20:17

- Hai mai giocato con l’idea di suonare unicamente musica classica?
- Sì, mi piacerebbe ritornare nel 1520, al tempo della mia musica preferita.



Ed infatti lasciò i Deep Purple dopo The Battle Rages On e pochi anni dopo (1997) fondò i Blackmore's Night, che fanno musica rinascimentale in salsa Rock, con tanto di vestiti a tema....ehm....
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Re: 1990 - Intervista a Ritchie Blackmore

Messaggio da elio77 » 05/04/2015, 19:03

faccio la voce fuori dal coro: non ho mai amato molto i deep purple,ottimo made in japan ma non so il perchè mai non li ho mai seguiti più di molto,mi piaciono invece molto il Blackmoorer's nigh't,Shadows of the moon in particolare,e trovo che blackmoore,al contrario di molti altri,abbia fatto questo dopo molta strada ed esperienza,con cuore e cervello,e con un tocco e tecnica ottimi. In quanto all'intervista....... ma ce ne sia ancora di gente così! Politicamente superscorretto,la simpatia è tutto un programma [smile] ,ma grazie ai risultati può permetterselo. Tanto per non fare nomi quanti quanti "musicisti" mediocri fanno interviste che considearno Marx filocapitalista e poi fanno concerti da 80 e passa euro a biglitetto,sfruttano i ragazzi per gli allestimenti dei palchi e poi fingono di lottare per una solidarietà mondiale? Un buon artista,anche se non moralmente al di sopra di ogni sospetto,se bravo e sincero,gli perdono volentieri alcune pecche,poi usicalmente come ho gia scritto,ammiro molto il suo percorso

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Re: 1990 - Intervista a Ritchie Blackmore

Messaggio da MrMuschiato » 05/04/2015, 19:08

elio77 ha scritto:Tanto per non fare nomi quanti quanti "musicisti" mediocri fanno interviste che considearno Marx filocapitalista e poi fanno concerti da 80 e passa euro a biglitetto,sfruttano i ragazzi per gli allestimenti dei palchi e poi fingono di lottare per una solidarietà mondiale?
Non vedo il nesso con il personaggio ne con l'intervista...mi sfugge qualcosa del tuo discorso! [chin]
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Re: 1990 - Intervista a Ritchie Blackmore

Messaggio da elio77 » 05/04/2015, 19:20

non è perniente perbenista come va di moda negli ultimi tempi,Blackmoore infatti non ha problemi a non parlare benissimo di alcuni suoi cololeghi(Hendirx camminava molto bene),e questa frescehezza,potendo permetterselo,fa veramente bene agli attegggiamenti finto perbenisti che vanno di moda solo per vendere album


elio77
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Re: 1990 - Intervista a Ritchie Blackmore

Messaggio da elio77 » 05/04/2015, 19:28

il nesso con l'intervista è questo: critichiamolo pure per le critiche ai colleghi,ma ce ne fossero così schietti,cambiamenti stilistici che lo allontanano da''hard rock. Qualla parte poi ripresa da r muschiato era scritta per sottolineare un falso perbenismo che aleggia nella musica ed in particolare in quella italiana e che gente schietta come Blackmoore ci aiuta a ripulire un po'

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Re: 1990 - Intervista a Ritchie Blackmore

Messaggio da MrMuschiato » 05/04/2015, 19:38

elio77 ha scritto:...
Ah ok....la mia non era una critica al tuo commento eh, non avevo proprio capito il nesso! [smile]

Ora mi è tutto più chiaro!
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reallytongues
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Re: 1990 - Intervista a Ritchie Blackmore

Messaggio da reallytongues » 05/04/2015, 20:45

Gustosissima intervista!
beh secondo me non considerava Hendrix come grande esecutore perchè come si evince nell'intervista Blackmore è più vicino alla sensibilità classica (intendo musica classica) che a quella blues (come poi tutti i chitarristi heavy)
si certo tutti quelli della scena rock anni 60 ascoltavano blues, ma Blackmore come scrive ne era stanco
era più per il blues progressivo che poi si sviluppò nell'hard rock (e difatti l'Experience come gruppo viene elogiato)

Interessante l'aneddotto sui Vanilla Fudge e sul mitico Harvey Mandel (mai avrei detto che facesse tapping!)
nel continente nero paraponzi ponzi bo

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