Pagina 1 di 1

Thick as a brick

Inviato: 25/03/2015, 12:03
da Il mago di Floz
Immagine


“Le virtù sono castelli di sabbia spazzati via dalla marea distruttrice e dal caos morale.”

Questo scriveva Gerald Bostock, otto anni appena – o forse dieci: che il pargolo abbia imbrogliato? –, nella sua poesia Duro come un mattone. La poesia piacque, a tal punto che il piccolo Milton – così lo chiamavano – vinse un prestigioso concorso. Successe però che il prodigio, invitato in una trasmissione televisiva, evidentemente meno a suo agio con le telecamere, proruppe in un’infelice esclamazione: “G___r”, disse.

Scandalo!

In una società fondamentalmente bigotta come quella inglese del tempo, non poté che andare in un modo solo: “I giudici squalificano il piccolo Milton in una follia dell’ultimo minuto”, scrisse il St. Cleve Chronicle il 7 gennaio 1972 pubblicando la notizia in prima pagina.

- - -

“Davvero, non m’importa se questa la saltate.”

Chitarra acustica in mano, Ian Anderson mette subito in chiaro le cose: nessuno deve ascoltare, nessuno è obbligato a capire. Anche perché nessuno potrebbe sapere come ci si sente, a essere duri come un mattone.
Quella poesia il capellone scozzese la declama: ne ha fatto addirittura un album – non una canzone, addirittura un album!

Del resto è il millenovecentosettantadue: si è nell’epoca d’oro del progressive e, giacché il precedente album Aqualung, loro malgrado, da taluni era proprio stato catalogato in quel calderone in quanto era da ritenersi – così hanno detto – un concept album, i Jethro Tull hanno deciso di cavalcare la doppia onda: nulla di male.

“Il poeta sguaina la sua penna mentre il soldato rinfodera la spada.”

Ecco spiegata quella copertina spettacolare, allora; anzi, no, è un intero quotidiano! Ci sono articoli di cronaca cittadina, notizie di sport, annunci – “Ehi, che gnocca quella a pagina quattro!” –, vignette e inserzioni di qualunque tipo – “Guarda, papà, ci sono anche le parole crociate!”

Ecco spiegata allora anche quella semplicissima e monumentale suddivisione dei brani: due soli. Con lo stesso titolo. Anzi, una solo. In due parti; perché tutto puoi fare, ma non travalicare la dimensione fisica del disco in vinile.

Ecco spiegato tutto, dunque: furboni, quei Jethro Tull, a cogliere la palla la balzo.

CITAZIONE
“Le mie parole non sono che un sussurro; è la vostra sordità a essere un urlo.”

Sordità?

E poi, Thick as a brick… duro come un mattone; o forse ottuso? Ottuso come un mattone? Che significa?

Ottuso! Perché ottuso?

“Prenderemo il bambino che c’è in lui e lo metteremo alla prova: gli insegneremo come essere un uomo saggio e come fregare il prossimo.”

Aspetta, che intendi? Perché parli di fregare il prossimo? Non starai mica dicendo che…

“Voi ridete spietatamente mentre ci dite cosa non dobbiamo essere; ma come possiamo vedere verso dove dobbiamo correre?”

Dove? Perché dobbiamo correre, cosa state cercando di dirci?

“Lasciate che vi canti degli sconfitti che rimangono in strada quando passa l’ultimo autobus. I marciapiedi sono vuoti, gli scarichi si tingono di rosso; e intanto il buffone brinda al suo dio nel cielo.”

Possibile?

“Lasciate che vi regali una canzone, mentre il saggio scorreggia e se ne va, e il matto con la clessidra manda tutto a ramengo, e la filastrocca si ripete.

G___r!

- - -

PIÙ TARDI
Eravamo noi quelli ottusi, quelli che non hanno capito che, fondamentalmente, Ian Anderson ci stava prendendo per il culo.

Perché questo è, in buona sostanza, Thick as a brick: una presa in giro che, nel suo essere tale, riesce a colpire il suo bersaglio – la società inglese dell’epoca – e, nello stesso tempo, a essere come e meglio di quelli che vogliono essere i mezzi per raggiungere tale scopo – i concept album in prima battuta e il progressive stesso.

Non è sbagliato chiedersi a posteriori chi abbia avuto la meglio alla fine; perché, se è vero che Ian Anderson ha voluto giocare col progressive, è altrettanto vero che, nel giro di un anno soltanto, i ruoli si sarebbero in parte invertiti: nel 1973 saranno infatti i Jethro Tull a cadere, loro malgrado, nelle spire viscerali del progressive. Ne uscirà, certo, un altro capolavoro (A passion play); ma questa volta le intenzioni serie di Anderson si ritorceranno contro di lui, tanto che i Jethro Tull faticheranno a uscire dal castello che si costruiranno intorno – e comunque troveranno ad attenderli un mondo profondamente cambiato.

Ma nel 1972 il gioco regge: molte persone, anche importanti, ci cascano; ma anche chi capisce subito che Gerald Bostock altri non è che il carismatico Ian Anderson non può rimanere indifferente a Thick as a brick. Il che significa che lo puoi amare o detestare, ma non ti sarà verosimilmente possibile ignorarne la peculiarità.

QUINDI!
Non è facile per chi scrive spiegare per quale motivo un album fondamentalmente senza canzoni e pregno – almeno esteriormente – d’ironia è quello che considera il più bello della musica leggera.

Vero è che quando parte quel giro di chitarra acustica registrato troppo basso, quando il flauto incornicia i primi versi qualcosa dentro di me si muove.
Di nuovo il tema, questa volta supportato anche dall’organo di John Evan e dalla batteria di Barriemore Barlow e poi, ai due minuti una nota dissonante di flauto: tutto cambia.

“E l’amore che provo è così lontano: sono solo un brutto sogno che ho avuto oggi. Tu scuoti la testa e dici che è una vergogna.”

Al terzo minuto uno scossone: il basso di Jeffrey Hammond-Hammond introduce la prima sezione decisamente rock; le tastiere volano mentre i Jethro Tull ci ricordano di avere uno dei più bravi e sottovalutati chitarristi di ogni tempo, Martin Barre.

Le acque si calmano: sopraggiunge la meravigliosa sezione nota come The poet and the painter; tuttavia la tensione strumentale cresce – l’organo; dio mio, l’organo! – e conduce a un fantastico assolo dello stesso Barre, abilmente stuzzicato dal flauto di Anderson; il quale, a sua volta, col suo canto – uno dei più intonati del panorama rock dell’epoca – riprende a reggere le fila della narrazione su un tappeto sonoro mai uguale a se stesso.

Una sbuffata di organo – siamo a 11:50 – e il flauto introduce, alternandosi a esso, un momento di ordinata confusione, del resto tipica del gruppo inglese. Basso e batteria segnano il tempo, Anderson canta sempre più arrabbiato; il suo flauto fraseggia con l’onnipresente organo e poi, a 14:14 tenta di lanciarsi in un volo pindarico mentre la chitarra lo tiene ancorato a terra.
A 15:55 tutto tace; solo l’organo insiste, profondo e sempre più intensamente, assecondato in un secondo tempo dalla chitarra acustica: quello noto come You curl your toes in fun è un momento da brividi, impreziosito ora dal canto sommesso e da un pianoforte impressionista – l’arrangiamento è opera del buon David Palmer, allora ancora uomo.
Una chitarra stridente e poi, a 17:30, una pioggia primaverile di una dolcezza unica introduce l’ultimo tema cantato; il flauto duetta ora col basso, mentre la pioggia è interrotta da sprazzi di un sole intenso e caldo.

“Forza, o eroi dell’infanzia! Non volete saltar fuori dalle pagine dei vostri fumetti?” […] Unitevi al vostro governo locale: avremo Superman come presidente e lasceremo che sia Robin a salvare la baracca.”

La ritmica non molla, ma il flauto è incontenibile. E allora un colpo improvviso. Due. Tre. Martin Barre si riprende la scena e, supportato da un organo furente, porta la prima metà dell’opera a dissolversi nel vento.

“Dove sono tutti gli sportivi che vi hanno sempre tirato fuori dai guai? Si stanno riposando in Cornovaglia, scrivono le loro memorie per pubblicarle su di un’edizione tascabile del manuale dei boy scout.”

Silenzio.

- - -

PIÙ TARDI
Il vento spira verso una sezione interlocutoria: l’eccellente batteria di Barlow frulla insieme richiami canori alla prima parte, strida di organo, citazioni confuse, pennellate di flauto, immagini allegoriche e ricordi personali.

“Hipgrave? Oh, Mac.

E poi quel giro di chitarra, di nuovo; ma stavolta la melodia è un’altra; e cavolo, è meravigliosa anche questa, tra sbuffi di flauto e un canto dai toni pastorali.
A 5:21 basso e batteria, come un breve temporale, dissolvono la quiete bucolica; il clima è ora più uggioso, il canto di Anderson è delicato, malinconico, pieno di enfasi. L’organo colora questa lunga e malinconica sezione con i colori dell’autunno, dapprima con lunghe note straziate e poi con impazzite, rapide folate di vento. La chitarra elettrica è un sottobosco di foglie secche, la batteria è l’incedere inesorabile del tempo. Pelle d’oca.

E tu? Credi nel giorno?

Un ultimo volo di organo e poi, a 11:00, il basso guida il repentino cambio di atmosfera, subito assecondato prima dal flauto e poi dai lamenti della chitarra di Barre; dopo più di due minuti di grande progressive, Anderson riprende a cantare, doppiato dall’onnipresente, meraviglioso organo di Evan.
A 14:09 uno stupendo e frenetico assolo di flauto e tastiere e poi un fraseggio tra Anderson e lo stesso Evan introducono un’altra sezione strumentale, dapprima lugubre e giocata sui bassi dell’organo e sulle percussioni e poi illuminata da lampi di chitarra, mentre il flauto continua a imperversare senza sosta.
Un’altra parte cantata alternata da sfuriate di flauto, un fraseggio d’organo e poi, a 18:05, un ultimo, meraviglioso squarcio.

QUINDI!
Tornano Superman e Robin, torna il manuale dei boy scout, torna il tema conclusivo della prima parte; ma è un breve accenno, perché flauto e chitarra prendono il sopravvento e, supportati dall’organo, conducono allo strepitoso crescendo che, a sua volta e forte di un pazzesco intervento degli archi – l’unico di tutto l’album – porta a 20:35, a quei fatidici tre colpi. E a quegli accordi di chitarra acustica.

CERTAMENTE
“E così cavalcate voi stessi oltre i campi, soddisfate i vostri bisogni animali; e i vostri saggi non sanno come ci si sente a essere ottusi come un mattone.”

Ottusi…

“Yeah!”

Re: Thick as a brick

Inviato: 25/03/2015, 14:47
da Watcher
Bella recensione, Mago. Viene voglia di rileggerla. [happy]

Re: Thick as a brick

Inviato: 25/03/2015, 15:58
da reallytongues
bravo Mago! bellissima recensione, si capisce la passione che hai per la musica
ho ascoltato solo da poco questa suite, incuriosito proprio dai vostri suggerimenti; per la precisione 3 volte (ma il lato B non sono mai riuscito a concluderlo)
sapete che ricordo molti passaggi del primo lato?
è tale la forza comunicativa che mi è rimasta impressa molto facilmente!
quindi il bimbo in copertina è collegato al testo musicato..

Re: Thick as a brick

Inviato: 25/03/2015, 16:13
da Il mago di Floz
Certo: figura anzi tra gli autori insieme ad Anderson, a contribuire allo "scherzo".
Grazie. :-)

Re: Thick as a brick

Inviato: 26/03/2015, 9:30
da 2Old2Rock2Young2Die
Bravo Mago, "la madre di tutti i concept album" meritava un topic così.
Sul titolo, è vero che la frase è una slang inglese per stupido, ma il senso quì è rovesciato: Gerald Bostock sarebbe "stupido" proprio perchè più arguto di tutti gli idioti che lo circondano.

I wasn’t a precocious child, but I knew how it felt to be one of the more academically gifted people; I knew what it felt like to be ostracized, despised and feared by the rank and file, who weren’t terribly bright. Nobody likes the clever kids. So the album came to represent the gulf between growing up clever and the social discrepancy that results from that: the fact that you were really disliked by some of the kids (Ian Anderson)

Re: Thick as a brick

Inviato: 26/03/2015, 11:43
da rim67
Immagine Immagine Immagine Immagine

"Grande mago", hai dipinto un bellissimo quadro.

Re: Thick as a brick

Inviato: 26/03/2015, 12:14
da Il mago di Floz
Grazie a entrambi. :-)

Re: Thick as a brick

Inviato: 26/03/2015, 18:20
da theNemesis
Ottima descrizione Mago, complimenti!
[nc]

Re: Thick as a brick

Inviato: 26/03/2015, 18:21
da Il mago di Floz
Grazie. :-)

Re: Thick as a brick

Inviato: 26/03/2015, 19:32
da Hairless Heart
Recensione sontuosa per un disco strepitoso!
A Passion Play con calma, ti do il tempo di portare a termine le tue top. [fisc]

Re: Thick as a brick

Inviato: 26/03/2015, 20:06
da Il mago di Floz
ahahahah, ok. :-)