Pavlov's dog. La cometa del progressive statunitense

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Il mago di Floz
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Pavlov's dog. La cometa del progressive statunitense

Messaggio da Il mago di Floz » 17/12/2014, 11:27

Come si dice spesso, quello del progressive è un fenomeno fondamentalmente britannico. Numerose scuole nazionali – alcuni con risultati di ottimo livello, non ultima quella italiana – ne hanno percorso i sentieri già tracciati; ma è da quell’arcipelago così vicino eppure ancorato a un altro mondo – quasi a un’altra epoca – che tutto ebbe origine. Il progressive è troppo cerebrale, troppo sofisticato, troppo ancorato alla tradizione classica per riuscire a far presa su un pubblico abituato alla veracità viscerale della musica nera e del blues come quello statunitense.
Lo sanno bene gli editori di dischi e di riviste, che ben si guardano dal variarne lo status quo musicale, arrivando finanche a veri e propri sabotaggi – perché non si spiegherebbe altrimenti il rifiuto a inserire il benché minimo accenno progressivo nelle classifiche stilate da chi si professa quasi un santone del mondo musicale.

Eppure il musicista non nasce necessariamente coi paraocchi: si accorge di quello che succede in Gran Bretagna a seguito del passaggio del ciclone Beatles; e, seppur lentamente, qualcosa si muove. Quantomeno nelle zone benestanti del nordest, lontano dai clangori sudisti e dai fumi della psichedelica californiana. Le formazioni si allargano a strumenti inusuali – perlomeno nel panorama locale –, i testi acquistano profondità, i brani assumono spessore. (A questo non può che contribuire la frenetica attività concertistica statunitense dei complessi britannici, in primis Jethro Tull ed Emerson, Lake & Palmer.)

Certo, il cavallone progressivo è passato: quella che investe gli Stati Uniti è una sorta di onda di ritorno, i frutti del cui dilavamento saranno tardivi e, nella maggior parte dei casi, le acque saranno incanalate nel sottosuolo del new prog, con la vistosa eccezione dei Rush, i quali però – nella loro lunga e clamorosa carriera – percorreranno terreni ben più duri, tanto da essere considerati i padri del progressive metal.

Ma quell’onda di riflusso arriva: si assistono allora a formazioni a sei, sette elementi e con un bagaglio tecnico tale da permettere loro di elaborare brani dalla struttura relativamente varia e complessa. Non è vero e proprio progressive; ma si ascoltano brani ricchi di trame intricate sorrette dalle tastiere, a volte anche dal violino (si pensi ad esempio alla stupenda Cheyenne anthem dei Kansas). Altri gruppi imparano la lezione e, sebbene non entrino in territorio progressive e anzi col tempo virano verso un redditizio pop rock decisamente radiofonico, ne assorbono la lezione: è il caso, ad esempio, degli Styx, che nella seconda metà degli anni settanta propongono grandi e ispirati brani imperniati sulle tastiere (una per tutte, Castle walls) e giungono perfino – per quanto fuori tempo massimo – ad abbozzare un concept album (l’ottimo Paradise theatre del 1981).

Vi è però un gruppo, spesso dimenticato, che quell’ondata l’ha cavalcata più di altri, tanto da creare un parallelismo con quei gruppi minori inglesi che, nelle stagioni precedenti, si giocavano le loro carte in uno o due album e poi implodevano.

I Pavlov’s dog si formano a St. Louis, nel Missouri, nel 1972. Il loro leader è un capellone dalla voce stridula e istrionica, David Surkamp, una sorta di ibrido tra Peter Gabriel e Jon Anderson; in realtà non è nessuno dei due, ma la sua voce è comunque tra le più caratteristiche – e belle – della musica tutta.
La formazione classica del complesso è composta da sette elementi: con Surkamp suonavano, infatti, il chitarrista Steve Scorfina, il bassista Rick Stockton, il batterista Mike Safron, il tastierista David Hamilton, il flautista e mellotronista Doug Rayburn ed il polistrumentista Siegfried Carver (nome d’arte di Richard Nadler).
La musica del gruppo non è, ancora una volta, progressive a là britannica: non ha la vena fiabesca dei Genesis, non è introspettiva come quella dei Van Der Graaf Generator, non è virtuosistica e colorata come quella degli Yes. Sono però d’impronta progressive la scrittura, gli arrangiamenti, le aperture melodiche e gli intricati intrecci tra gli strumenti; più in generale, è progressive l’approccio alla musica del gruppo.

La parabola breve e intensissima dei Pavlov’s dog si disegna quando la scena musicale della Gran Bretagna si è ormai lasciata alle spalle il periodo d’oro del progressive (spazzato via dai suoi eccessi e – almeno nella sua forma canonica – dal superamento del punto di non ritorno, lo splendido e spesso detestato Tales from topographic oceans degli Yes) e vivacchia, come se presagisse l’imminente impatto dell’asteroide del punk.
Pampered menial, il primo album dei Pavlov’s dog, esce infatti nel 1975; è un album splendido, ricco di brani di grande atmosfera (Late november) e di tirate cavalcate dalle forti tinte prog e, soprattutto, hard (Song dance, Fast gun, Natchez trace). Colpiscono la disarmante Episode, che sembra non decollare mai, priva com’è di una forma che possa in qualche modo ricondursi a una rassicurante forma strofa/ritornello, e invece è un sentiero di montagna che s’inerpica sempre più, in un crescendo di epicità, fino alla splendida e breve strumentale Preludin, di rara intensità. In conclusione dell’album è posto quello che è il brano sicuramente più progressive dell’album, la bellissima Of once and future kings.

Delicati arpeggi di chitarra accompagnano il canto sghembo ed evocativo di Surkamp, finché lampi di sintetizzatore e di mellotron squarciano il cielo e un pianoforte accompagna con enfasi la voce piena del cantante. Segue poi una sezione di intarsi strumentali e vocali disegnata da violino e tastiere, fino a che tutto si quieta: Surkamp, accompagnato dal pianoforte, può allora riprendere il tema iniziale e condurre il brano a un finale di grande intensità, dominato dalla chitarra elettrica. Cinque minuti e mezzo di grande musica; e non è nemmeno il vertice dell’album, perché in esso vi sono contenuti altri due brani; uno di questi è la strepitosa cavalcata di Theme from subway Sue, che esplora territori hard rock arricchito dell’enfasi del pianoforte e del canto meraviglioso di Surkamp, che conducono il brano a un finale pazzesco. L’altro, che peraltro apre il disco, è invece il brano più famoso e celebrato dei Pavlov’s dog, quella Julia che, nel suo piccolo, sconvolse gli Stati Uniti – quando mai si era sentita un canto del genere? – e che ancora oggi commuove nella sua struggente bellezza: “Julia, I cant’ live without your love!”, intona l’assurda voce di Surkamp: tremolante, vibrante, eppure di rara solidità.

Non un capolavoro; Pampered menial; o forse sì. Fatto sta che vende discretamente e la casa discografica – che, a seguito di beghe legali con l’iniziale Abc, è la Columbia – decide di sfruttare il momento, mettendo però dei paletti al gruppo; paletti che, nel breve volgere di qualche anno, porteranno allo scioglimento dello stesso (“La casa di produzione ci chiedeva di produrre musica di merda”, come più o meno ebbe a dire in seguito Surkamp).

Passa un anno e i Pavlov’s dog provono a riproporre la formula. Perso Carter (che col suo violino tanto ha contribuito all’esordio), il gruppo si avvale di diverse collaborazioni – non ultime quelle del batterista Bill Bruford e del sassofonista Andy MacKay. At the sound of the bells presenta anch’esso una struttura analoga di nove brani; in analogia col predecessore, sfodera anch’esso una più che convincente apertura (She came shining, i cui primi trenta secondi sono un piccolo capolavoro di Surkamp, incredibilmente budinoso sopra un tappeto di tastiere) e un finale dannatamente progressive: Did you see him cry? è una canzone ricca di cambi di tempo, di furiose sferzate di chitarra e di tastiere intramezzate da soavi cantati sul tappeto del pianoforte e del clavicembalo.
Non mancano peraltro brani di grande – a volte grandissimo – fascino: l’affascinante ossessività del crescendo di Valkerie, il ponte per voce e coro – da brividi! – dell’epica Early morning on e, soprattutto, la strepitosa e dolcissima Gold nuggets sono più che degni prosecutori del discorso intrapreso dal primo album.

(“I can't bring you, 'cause it's just too cold; and while I'm out here digging alone, well: I'll bring you home gold nuggets in the spring”)

Tuttavia At the sound of the bells, che pure presenta altri brani di buona resa, per quanto più semplici (Standing here with you, Mersey), vive anche di momenti più deboli: Try to hang on e She breaks like a morning sky, per quanto piacevoli, scivolano via come una pioggerella d’estate. Quello che viene a mancare è, in definitiva, quell’atmosfera epica senza soluzione di continuità che l’anno precedente aveva reso a Pampered menial un disco importante e stupendo.

I problemi con la casa editrice sfoceranno, nel 1977, al rifiuto di quest’ultima di pubblicare il terzo album della band – il più debole Third, che sarà poi pubblicato dalla TRC diciassette anni più tardi e il cui pezzo migliore è forse l’iniziale Trafalgar. Nulla d’inascoltabile, sia chiaro; ma i fasti progressivi sono ormai lontani: Third è un album che vede momenti anche molto buoni e basati fondamentalmente sulla chitarra del bravo Scorfina.
Quale frutto di una reunion sarà poi pubblicato, nel 1990 e per l’etichetta Telectro, un quarto album, decisamente più radiofonico, dal titolo “Lost in America”; ma già col terzo capitolo si era aperta un’altra storia.

Di quella parentesi rimangono l’apprezzato tentativo di far vivere il progressive anche nella terra del polveroso blues; rimangono due album molto belli - un capolavoro e uno che aveva le carte per poterlo diventare -; soprattutto rimane una voce unica, estemporanea e straordinaria come la musica dei Pavlov’s dog.



Pampered menial 9
Julia 9 / Late November 7,5 / Song dance 8 / Fast gun 7,5 / Natchez trace 7 / Theme from subway Sue 9 / Episode 8,5 / Preludin 8,5 / Of once and future kings 9

At the sound of the bells 8
She came shining 8 / Standing here with you 7 / Mersey 7 / Valkerie 8 / Try to hang on 6,5 / Gold nuggets 9 / She breaks like a morning sky 6,5 / Early morning on 8,5 / Did you see him cry 8



(Per i primi paragrafi ho sviluppato qualche spunto dal libro Prog di Donato Zoppo; compare inoltre qualche metafora o aggettivo che ho già utilizzato anni fa in una mia precedente, ingenua recensione.)
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Re: Pavlov's dog. La cometa del progressive statunitense

Messaggio da 2Old2Rock2Young2Die » 17/12/2014, 11:47

Gruppo di culto che, una volta fatto il callo alla stridula voce di Surkamp (incredibile come un omone di quella stazza possa cantare così), mi ha conquistato. Due ottimi album (il secondo quasi al livello del primo per me, anche se sconta l'assenza del violino di Carter).
Il mio pezzo preferito è Of Once and Future Kings, epico! e applausi al genio di Youtube che ha accoppiato le clip da Beowulf a questo pezzo




p.s. non sono però d'accordo col luogo comune del progressive spazzato via dai suoi eccessi e vivacchiante aspettando l'impatto dell'asteroide punk. Molti ottimi album prog sono usciti anche dopo il 1975...
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Re: Pavlov's dog. La cometa del progressive statunitense

Messaggio da reallytongues » 17/12/2014, 11:57

Non mi sono mai approcciato con i Pavlov anche se li ho sempre conosciuti di nome. Ho ascoltato qualcosa ed è davvero originale la miscela sonora, un prog teso e molto drammatico, quasi essenziale nel suo svilpparsi, non concede molto all'estetica, ma molto alle emozioni.
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Re: Pavlov's dog. La cometa del progressive statunitense

Messaggio da Hairless Heart » 07/01/2015, 11:09

Incuriosito dalle lodi a questa band ho ascoltato Pampered Menial. Effettivamente è un buon lavoro, con alcune punte qualitative (qui la vedo diversamente dal Mago, le mie preferite sono Late November, Episode, e uno scalino sotto, Julia).
Devo però fare due appunti:
-La voce. Ancora non mi raccapezzo che sia di un ometto, qui altro che Mario Giordano.....
Quel vibrato dopo un paio di brani proprio non lo sopporto, sul tipo di Bernardo Lanzetti. Peccato, con una voce un po' più melodiosa, avrei apprezzato di più il tutto.
-Il genere. Qui ci dobbiamo chiarire. O il "Progressive americano" è qualcosa di diverso dal progressive nostrano (un po' come la patata americana è diversa da quella che noi friggiamo o, meglio ancora, come la gomma americana è diversa da quella avvolta nei cerchioni delle macchine.....) oppure boh...... io qui di progressive ci sento poco o nulla, a parte un paio di introduzioni di brani, Song Dance e Preludin, di fatto un'introduzione al pezzo finale. Per capirci, i Pavlov's Dog li accosto più facilmente ai Jefferson Airplane che ai Genesis.
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Re: Pavlov's dog. La cometa del progressive statunitense

Messaggio da Watcher » 07/01/2015, 11:27

Il mago di Floz ha scritto: (Per i primi paragrafi ho sviluppato qualche spunto dal libro Prog di Donato Zoppo; compare inoltre qualche metafora o aggettivo che ho già utilizzato anni fa in una mia precedente, ingenua recensione.)
Mi ricordo che l'avevo letta quella recensione e l'avevo oltremodo apprezzata. Non so perché la ritieni ingenua, anzi.
Quando mi contraddico ho ragione due volte.

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Re: Pavlov's dog. La cometa del progressive statunitense

Messaggio da Il mago di Floz » 07/01/2015, 12:25

Ma boh; ne ho scritte parecchie, per debaser, e rileggendole ora mi trasmettono tenerezza. ;-)

Hairless, in parte concorso sull'accostamento del gruppo al progressive (come ho scritto nella recensione: "La musica del gruppo non è, ancora una volta, progressive a là britannica: non ha la vena fiabesca dei Genesis, non è introspettiva come quella dei Van Der Graaf Generator, non è virtuosistica e colorata come quella degli Yes. Sono però d’impronta progressive la scrittura, gli arrangiamenti, le aperture melodiche e gli intricati intrecci tra gli strumenti; più in generale, è progressive l’approccio alla musica del gruppo."). Del resto, in quasi ogni catalogo od opera sul genere, i Pavlov's dog vi sono inseriti.
Quanto alla voce, non sei il primo a fare questa osservazione: del resto è come l'aglio: o si ama, o si odia. ;-)
Ultima modifica di Il mago di Floz il 07/01/2015, 17:07, modificato 1 volta in totale.
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Re: Pavlov's dog. La cometa del progressive statunitense

Messaggio da Watcher » 07/01/2015, 17:01

La mia classifichina per Pampered Menial:

Julia 8,5
Late November 8,5
Song Dance 9
Fast Gun 7,5
Natchez Trace 7
Theme from Subway Sue 8
Episode 8
Preludin 9
Of Once and Future Kings 8,5
Quando mi contraddico ho ragione due volte.

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