Gli album del 2014

Spazio di riflessione dedicato a discussioni meta-musicali o che toccano diversi generi musicali contemporaneamente.

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Carlo Maria
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Gli album del 2014

Messaggio da Carlo Maria » 08/08/2015, 16:18

Del maiale e della musica non si scarta niente: si riciccia tutto. [smile]

E allora, avendo già pubblicato in questi lidi il topic dei dischi del 2015 che sto ascoltando, faccio lo stesso con gli anni addietro e vi affibbio anche gli altri, mostrandovi quali sono stati gli ascolti precedenti. Magari potrà risultare utile come spunto se si vorrà iniziare il torneo sulla musica dal 1963 al 2012 che propongo in altra sezione!
Qui parlo dei dischi usciti nel 2014.

Matt Schofield - Far As I Can See: Schofield è un mio coetaneo (del 1977) e fa blues, anche se ogni tanto lo mescola con funk e altro. I suoi brani sono abbastanza canonici, ma piacevoli. In diverse canzoni i ritmi sono proprio un po' classici, ma in altre riesce ad emergere maggiore personalità e a rendere il sound meno datato. L'ultimo brano è decisamente valido. Voto: 6,5.


Robben Ford - A Day In Nashville: e secondo disco blues di fila! Ohibò... che stia tornando di moda anche la musica del diavolo? Ci spero... In questo caso, però, non siamo dinnanzi ad un artista ancora relativamente giovane, bensì ad un navigato frequentatore dei palchi, che può vantare molteplici collaborazioni eccellenti. Il suo disco suona piuttosto bene, è piuttosto vivace e fresco, anche se verso metà ha una caduta di stile (da cui si riprende comunque subito). Nulla di memorabile, ma ben suonato. Voto: 6,3.


St. Vincent - St. Vincent: Annie Clark io l'ho già vista live due volte ed è sempre un piacere. Con le sue distorsioni si è ritagliata una propria riconoscibilità nel panorama alternative. Anche se questo disco non è il mio preferito (il primo continua ad avere il primato), St. Vincent è una delle poche artiste che suona "contemporanea".
Voto: 6,4.


Temples - Sun Structures: ed eccoci invece ritornare nel 1967 e in piena psichedelia! I Temples già si prendono una candidatura per il premio "artisti più derivativi dell'anno". In realtà, il loro album, pure piacevole, è stato osannato da molti critici perché riescono a unire una certa abilità ad un'indubbia capacità di risultare orecchiabili, tuttavia io non vedo picchi nella loro musica e, per quanto gradevoli, se avessero buttato sul mercato il loro disco negli anni a cui si ispirano, sarebbero rimasti sommersi. Una terza schiera, neanche la seconda. Voto: 6,5.



The War On Drugs - Lost In the Dream: disco che vanta voti altissimi, quasi tutti sopra l'8. Io gli do un 6 stiracchiato. L'indie rock di questo gruppo americano è più etereo e delicato, rievoca certi cantautori statunitensi degli anni ottanta, le sonorità sono lievi e trasognate, tuttavia tende ad annoiarmi e a non coinvolgermi. Sarà una questione di genere, ma quello che altri hanno definito "instant classic" per me è un disco che ha già cominciato a sparirmi dalla memoria.


Tinariwen - Emmaar: Torna il gruppo malese che fa un blues rock commistionato di suoni tribali. Il nuovo disco non è il loro migliore, però. O meglio: ci sono tutti gli ingredienti che li hanno resi noti e che mi hanno fatto adorare il loro concerto quando li vidi a Torino, tuttavia sanno di già sentito perché ciascuno dei loro brani tende a somigliarsi più del solito e a confondersi col resto della loro produzione. E' sempre un piacere, certo, ritrovare quei canti a più voci e quelle chitarre d'accompagnamento che non si perdono mai in assoli, ma che contribuiscono a dare un senso di coralità d'insieme, tuttavia manca forse lo smalto della novità. Voto: 6,4.

Don Airey - Keyed Up: un disco di meritevole rock, a tratti hard. In alcuni brani si sente la matrice blues, mentre in altri si occhieggia all'AOR. Nel mezzo, qualche reinterpretazione di repertorio classico, che già live presenta spesso. Nel complesso, il buon Airey è in forma e lo mostra, scatenandosi alle tastiere da suo pari. Il disco non è un capolavoro, ma è godibile. Voto: 6,2.


Pretty Maids - Louder Than Ever: gli onorevoli Pretty Maids sfornano un disco che soddisfa a metà perché si tratta di quattro brani nuovi e di una decina scarsa di cover. Il risultato è un disco gradevole, dalle sonorità hard & heavy e AOR, ma piuttosto inutile. I brani nuovi non sono male (l'ultimo a parte, che ritengo francamente brutto), ma non vi è nulla di memorabile. Voto: 5,5 (mezzo voto in meno per lo scarso coraggio).


Red Dragon Cartel - Red Dragon Cartel: dietro questo disco d'esordio c'è un musicista d'esperienza come Jake E. Lee. Collaborò con Ozzy Osbourne e fu membro dei Badlands. Che dire di questo disco? Beh, intanto che cresce: i primi brani decisamente non m'hanno fatto impazzire, mentre la seconda metà del disco è a mio avviso superiore. Potrei definire il genere suonato come "hard rock", ma con matrice heavy, più che blues. Mentre alla voce si alternano ospiti vari, le tracce scorrono convincenti, formando un nucleo abbastanza compatto e omogeneo. Voto: 6,2.


Wishbone Ash - Blue Horizon: uno dei nomi più ingiustamente bistrattati del rock. Giuro che non so perché i primi 4 album della band non li abbiano fatti consacrare. Anzi, forse lo so: semplicemente perché in quegli anni si è esibito forse il meglio di sempre e loro sono passati in secondo piano, ma avrebbero meritato maggior fortuna, ecco!
Della vecchia formazione è rimasto solo Andy Powell, il cantante. Upton e uno dei Turner si sono ritirati, l'altro ha creato (sigh!!) i Martin's Turner Wishbone Ash, cosa che ha provocato l'ira di Powell e una relativa causa giudiziaria, i cui due gradi si sono già svolti (l'appello in febbraio) e hanno dato ragione a Powell, dichiarando che Turner non ha titolo per riportare "WIshbone Ash" nel nome della sua band.
Con tutte questi retroscena, ero curioso di sentire come suonasse il disco della formazione "ufficiale", anche perché l'ultimo loro che avevo sentito, nel 2007, First Light, m'aveva fatto gridare al miracolo: "Ma... suonano esattamente come allora!" Era una fuffa: era il loro primo disco ri-edito e ci ho messo due brani prima di capire che queste autocover mi suonavano male. L'altro disco del 2007, Power of Eternity, quello sì davvero un inedito, m'aveva subito smorzato i bollenti spiriti, facendomi capire che s'era dissipata la magia.
Torno a bomba e perdonatemi l'excursus!
Riguardo a questo disco: è tutto sommato apprezzabile: non mancano sorprese, per un vecchio appassionato come me.
I brani sono tutti abbastanza dilatati e si va dai 4:30 minimi fino agli oltre 7 di un paio di canzoni. 10 songs che risultano piuttosto sfaccettate e, invero, non poi così omogenee, tuttavia alcune spiccano nettamente.
Già la prima aveva fatto capire che era lecito coltivare un barlume di speranza: nonostante sia chiaramente una copia sbiadita, le sonorità "antiche" le ho ritrovate subito. Ditemi voi se mi sono sbagliato...
Eccovelo:



Il disco scorre tra alti e bassi, sia chiaro, e dopo quest'iniziale lampo, ho dovuto aspettare il 5° brano per segnare la seconda sufficienza piena. Il disco però teneva il meglio per la fine e gli ultimi due brani sono i migliori.
(l'ultimo eccolo) :




Wolfmother - New Crown: al principio ci ho sperato davvero! Il disco parte con cinque brani hard rock davvero buoni. Un paio addirittura qualcosa in più! Poi... si spegne. Come se si trattasse di un EP allungato e annacquato. Il primo disco di questa band, omonimo, aveva fatto gioire molti: negli anni zero ecco che compariva una band devota agli Zep e ai Sabbath! Purtroppo, però, il drastico cambio di formazione successivo ed un secondo album fortemente inferiore avevano subito spento le speranze. Questa terza prova si colloca a metà: tre brani sono degni del repertorio maggiore, altri quattro sono sufficienti, poi tre insufficienze e una quarta pesante. Lo stile è sempre derivativo, ma quando vogliono suonano bene e sono divertenti. Live devono essere addirittura esaltanti.
Voto: 6.


Beck - Morning Phase: dalla fantasia di questo genietto americano, ormai giunto ai 44 anni e al dodicesimo disco, continuano a uscire album interessanti, -quando non- proprio belli. L'ultima sua uscita è un disco di alternative folk-rock di buona qualità, tenue e un po' dream. Le sonorità si dilatano ed il cantato incanta. I contenuti sono di livello e, una volta tanto, l'album ha raggiunto posizioni meritate nelle chart. Voto 6,5.


Ian Anderson - Homo Erraticus: dicevamo. Intanto: a me è piaciuto. Anzi: ottimo disco, stiamo parlando di un artista quasi settantenne che tuttora sforna musica con costanza e di qualità, trovandone il tempo nonostante i periodici tour che lo vedono impegnato. Io lo trovo in forma smagliante, francamente. Il disco contiene tutti gli stilemi principali della musica di questo grande musicista ed il marchio inconfondibile del flauto traverso più famoso del rock attraversa tutta l'opera, connotandola. Ah, qui si può aprire una querelle: nonostante questo sia tra i suoi album più vicini al progressive, il genere che ha sempre fatto Ian NON è progressive. Neanche in Thick As A Brick. Voto: 6,6.


Magnum - Escape from the shadow garden: dopo 40 anni e passa, questi sono ancora qui a pestare di brutto. Una garanzia. Oltretutto, una rarità, se proviamo a confrontarli. Non sono mai stati la prima schiera del rock, però sono dei solidi sparring partner, il cui hard rock misto heavy e AOR ha proseguito diritto nei decenni. Questo disco è decisamente valido nella prima parte, poi cala decisamente nella seconda, rovinandosi proprio col brutto brano finale, l'unico decisamente insufficiente. Per il resto, un convincente Bob Catley alla voce e un ottimo Tony Clarkin fanno intendere che la band sa ancora dire la sua e con buoni risultati. Voto: 6.


Mogway - Rave Tapes: uno dei dischi dell'anno, al momento. Non è piaciuto a tutti, tant'è che i voti dei critici si sono molto divisi, ma a mio parere le sonorità post-rock create dalla band e la miscela elettrica che attraversa l'album sono tra i migliori biglietti da visita della contemporaneità musicale. Parti cantate ridotte all'osso: qui si dà spazio solo alla musica. Dopo il mezzo passo falso di un anno fa (quella colonna sonora che un po' m'aveva annoiato), ecco riemergere un nome che rappresenta una garanzia! Voto: 6,7.


Nine Inch Nails - Recoiled: dopo lo splendido disco sfornato appena un anno fa, i NIN mi spiazzano con un EP che decisamente non mi è piaciuto. Fatta eccezione per il brano iniziale, a cartellino rilevo solo insufficienze, date per la noia che il post industrial di questa composizione mi ha suscitato. Voto: 5,4.


Pixies - Indie Cindy: i Pixies tornano dopo 23 anni, ma il disco non è granché. Invero, però, a loro perdono parecchio. Visti live qualche anno fa a Ferrara, mi divertii come in pochi altri concerti. Una delle band simbolo dell'underground anni ottanta, si accontenta di fare un disco di alternative rock che suona assai easy, seppure un paio di brani siano decisamente carini. E però di brani il disco ne annovera dodici (la bonus track non c'è, nella mia edizione). Niente... gli anni passano. Meglio di altro, peggio di se stessi, e dato il passato formidabile, di questo disco non se ne sentiva il bisogno. Voto: 5.


Damon Albarn - Everyday Robots: il leader dei Blur (e geniale ideatore dei Gorillaz) in versione solista mi annoia mortalmente. Il suo pop è lento, privo di brio e di pathos. Nonostante buoni voti su diversi siti, io ritengo sufficienti giusto 3 o 4 brani, ma nessuno al di sopra di tale soglia. Per ora, uno dei peggiori ascolti dell'anno. Voto: 5,3.


Eels - Performs The Cautionary Tales of Mark Oliver Everett: Adoro mr E! La sua musica pacata risulta tenue, spesso un po' malinconica, ma ben supportata da una band di validi artisti. In quest'undicesima prova del gruppo ciò che manca è invece proprio un po' di corposità: il suono è scarno come già ci aveva abituato il leader in altre sue prove recenti, ma anche meno efficace e più pesantemente monocorde. Il risultato non è malvagio, ma risulta comunque un po' troppo lungo e monocromatico. Voto: 6,1.


Fabio Zuffanti - La quarta Vittima: Questo è il primo gioiello dell'anno tra gli ascolti che ho fatto io. Un disco italianissimo e di evidente matrice prog, mescolata a jazz, psichedelia e molto altro. I testi, ispirati ad un libro di racconti di Michael Ende, sono veicolati da un cantato che di primo acchito può risultare ostico, fastidioso, quasi dissonante o posticcio: nulla di tutto ciò. La voce alle volte si fa narrante, quasi che al microfono ci fosse il grande Emidio Clementi dei Massimo Volume; altre volte, invece, gli intrecci vocali sono più complessi e articolati. La grande protagonista di tutto il disco, però, è la musica: una valida orchestrazione, ricca, per un progetto impegnativo.
Voto: 7,2.

Phish - Fuego: Torna la mia band preferita, a cinque anni di distanza da Joy.
Non si può dire il loro miglior lavoro, questo lo avevo messo in conto, ma contiene comunque spunti gradevoli, una bella varietà di generi, che spazia da passaggi jazzati al bluegrass, dal funky a numerosi altri.
Il brano lungo, questa volta, lo piazzano subito: è quello che dà il nome all'album. Nove minuti in cui un cantato corale a quattro voci inframmezza le continue variazioni di ritmo e di stile. The Line è un brano in crescendo. Alla voce il leader è Trey, mentre gli altri fanno da contraltare e coro. Nella successiva Devotion to a dream ci ritrovo la positività e i ritmi solari del disco precedente di cui sopra. In Halfway to the Moon le parti cantate passano a Page, il clima cambia e il brano trasmette meno solarità del precedente. Dalla struttura del brano, ipotizzo che in futuro possa essere ampiamente dilatato e sfruttato per le solite improvvisazioni della band. E così via, uno dopo l'altro: tutti suonano decisamente bene e anche senza che trovi in questi dieci brani i picchi passati, mi sembra un disco decisamente curato e interessante. Voto: 6,3.


Caparezza - Museica: Peccato. Capa è un bravo cantautore, dotato e capace di scrivere bene; live è decisamente coinvolgente e trascinante, ma questo disco ha alcuni difettucci. Partiamo col precisare che è un valido lavoro lo stesso, eh, però è innanzitutto troppo lungo: 19 canzoni, 70 minuti... sono arrivato in fondo sulle ginocchia. Dopo 15 chiedevo pietà. Nei suoi brani il Capa ci mette di tutto, ma non tutto in un contesto azzeccato e alcune citazioni e rime sembrano un po' stucchevoli e saccenti, ma di intelligenza ne ha ed è spanne sopra a molti conterranei. Non mancano brani davvero riusciti e sicuramente lui ha quel tocco di personalità che aggiunge quel quid. Voto: 6.


Dente - Almanacco del giorno prima: una mezza delusione. Da un lato, siamo in presenza di arrangiamenti meritevoli, forse i migliori della carriera del simpatico cantautore. Dall'altro, però, a livello di testi, mi è parso come un tradimento del suo disco fin qui migliore, quel "L'amore non è bello" che l'aveva fatto apprezzare, dandogli notorietà. Molti brani sono alla fine canzoni d'amore, nella tradizione più banale italica. E' vero che spesso mescola le carte, confondendo il significato con un ermetismo di difficile lettura, tuttavia di rado ottiene risultati che ho apprezzato. La voce, invece, come sempre è variegata ed espressiva. Voto: 5,5.


Jack White - Lazaretto. di Jack White ho una buona opinione: i suoi lavori li ho sempre graditi, sia che si trattasse di quelli dei The White Stripes sia quelli successivi. Ho gradito particolarmente il secondo disco dei The Raconteurs, per esempio.
Qui si presenta in versione solista, ma il mix è sempre quello: un po' di blues, un po' di garage, una spruzzata punkeggiante, parecchio rock. Sonorità immediate, un disco piacevole, che ha avuto buone critiche meritate. Voto: 6,4.

John Wesley - Disconnect: Wesley è un membro aggiunto della band dei Porcupine Tree. Diciamo che si aggrega alla band solo per i tour, ma lavora con Steven Wilson e gli altri già da più di un decennio. Disconnect è il suo ottavo disco solista (stiamo parlando di un artista di 52 anni) ma si presenta ancora frizzante e meritevole di ascolto. Il suo è un rock influenzato dalle tendenze indie attuali, quindi non si può definire molto personale od originale, ma gradevole, onesto e convincente. In particolare, i primi brani risultano la parte migliore del disco, che non tende a spegnersi nel finale, ma cala leggermente. Voto: 6,6.

Coldplay - Ghost Stories: i Coldplay sono, a mio avviso, uno dei gruppi più pompati degli ultimi decenni. Si è cercato in ogni modo, in passato, di spacciarli per i nuovi Radiohead, ma non ce n'è stato. Con l'eccezione di Viva la Vida or Death and All his friends (il loro lavoro del 2008), non credo di aver mai apprezzato appieno un loro disco. Non fa eccezione questo: si tratta di un concept album, che riflette sul peso che hanno le nostre azioni passate nell'influenzare il nostro futuro. Il mix di pop e musica elettronica che connota i vari brani non riesce a sollevarsi dal grigiore indistinto. L'unica eccezione è l'ottavo brano: A Sky Full of Stars è un pezzo dance, che è divertente, ma anche ampiamente commerciale e sfrutta sonorità ammiccanti all'attuale mercato. Me lo immagino passato in disco, a fine serata, quando si ha bisogno di svuotare la pista e si comincia a metter pezzi anni novanta per dire: "Ragà, levatevi dalle palle che qui si chiude". Voto: 5.


Neil Young - A Letter Home: è un disco che ha ricevuto molte critiche pesanti. Ondarock, per esempio, gli ha rifilato un 3. A me confesso che è invece piaciuto. All'artista è mancato invero un po' di coraggio nel presentare un disco di sole cover, tuttavia l'operazione di registrare direttamente in cabina e su vinile, recuperando quelle sonorità sporche e vintage tipiche di epoche passate fa molto effetto "macchina del tempo". Il grande Neil sembra trascinarsi e trascinarci indietro di 80-90 anni e la sensazione che mi trasmette è molto bella. Le sue esecuzioni acustiche sono scarne tanto quanto belle, a mio avviso. Voto: 6,5.



The Black Keys - Turn Blue: l'ottavo disco di questo duo è un'altra nota positiva. Li vidi live una prima volta a Milano con Elisa, e non mi piacquero. Quando li ho visti la seconda volta a Torino, si erano presentati con una band al seguito e furono formidabili. E' una delle band simbolo degli ultimi 15 anni. Il loro sound è una rielaborazione del blues in chiave contemporanea. Concedono, criticabile, molto alla commercialità, con un occhio al pubblico, tuttavia sanno suonare e lo fanno bene. Voto: 6,8.


Parquet Courts - Sunbathing Animal: e il punk dei Parquet Courts, così invece osannato in giro, a me invece non è piaciuto per niente. Una voce tra le più imbarazzanti del panorama attuale non mi spaventa: sempre di punk stiamo parlando, però manca anche di personalità e si perde nel già sentito più di altri artisti. Voto: 5.


Yann Tiersen - Infinity: Probabilmente, se avessi ascoltato il disco prima di prendere il biglietto del concerto, non l'avrei fatto, e mi sarei perso la bella esecuzione mirtillosa di cui ho parlato nel topic apposito. Il disco per me è francamente brutto, privo dei lampi di poesia che mi ha regalato su altre sue opere, più prettamente studiate come colonne sonore.
Ciò che qui mi si comunica è per lo più noia e cerebralità per nulla appagante. Voto: 5.


George Ezra - Wanted On Voyage: questo ragazzino, classe '93, invece, mi ha divertito parecchio. Ha una voce "nera" e il suo indie-folk rock rammenta un altro artista contemporaneo di cui qualche anno fa mi invaghii: Charlie Winston.
I brani non sono tutti allo stesso livello: alcuni sono rallentamenti furbeschi e un po' irritanti per occhieggiare al commerciale, tuttavia colgo 5-6 spunti meritevoli e un sound decisamente in linea con le mie corde! Voto: 6,4.


Glass Animals - Zaba: potrei definire "pop" le loro atmosfere, ma non sono sicuro di centrare fino in fondo la definizione perché vi è qualcosa di più sfuggente in questo gruppo, che mescola belle orchestrazioni, piuttosto ricche, un connubio di strumenti più piuttosto variegati e armonie vocali gradevoli, in un mix che, tuttavia, mi risulta un po' freddo e distaccato, non riuscendo a entrarmi ed entusiasmarmi. Sono bravini, presentano una proposta interessante, ma non fanno per me. Voto: 6.


Lykke Li - I Never Learn: un album di indie pop, delicato, cantato molto bene, ma tutto sommato un po' algido. Le armonie imbastite da Li Lykke Timotej Svensson Zachrisson sono suadenti e impreziosite da violini e cori, e il risultato è stato indubbiamente gradito un po' in tutto il mondo, visto che l'artista svedese è andata anche piuttosto bene nelle varie classifiche, ma non riesce a convincermi fino in fondo. Voto: 6,3.

Pink Floyd - Endless River
Si parte già male dalla copertina. I PF per me sono celebri anche per questo: dalla mitica mucca di Atom Heart Mother al maiale che vola di Animals, passando per l'uomo che brucia in Wish You Were Here e il muro di The Wall, si sono sempre avvalsi della collaborazione con professionisti abili e i risultati mi hanno sempre convinto. Qui, invece, il barcadero sulle nuvole è persino di dubbio gusto.
Contenuti: le sonorità sono pulite, patinate, ma ciò che manca al disco non è semplicemente la parola (si tratta quasi totalmente di tracce prive di cantato)... manca il coinvolgimento. Ciò che prevale, dall'inizio alla fine è la noia, la barbosità più piena e rotonda. Si dice che il disco abbia voluto essere un omaggio a Richard Wrigth, ma a me sembra un elogio solipsista della leadership di Gilmour, oltre che un'accozzaglia di scarti derivati da un precedente album che già di per sé sembrava apocrifo.
Non un momento si eleva dal grigiore complessivo, mentre persino di The Division Bell ci sono uno o due brani che ricordo.
Un disco così avrei potuto tollerarlo (gradirlo no) solo se fosse stata una scusa per riunire i tre rimasti e avviare un tour... che sarebbe stato una chiarissima operazione commerciale, ma a cui avrei abboccato con piacere. Una volta chiarito che tale speranza era fuori discussione, per me il tutto perde di senso, come se avessero impagliato ed esposto un cadavere per il quale provo un profondo rispetto che definirei amore.
Mentre i Floyd pubblicano questa zozzeria (Voto: 3), Roger Waters regala a Marianne Faithfull un brano per il suo bel disco di pochi mesi fa... e francamente quello me lo riascolto con piacere, mentre la ventina di canzoni incolonnate qui mi scorreranno via e basta (spero).



E visto che l'ho citata, parlo rapidamente del suo disco:

Marianne Faithfull - Give My Love to London
La voce sensuale di Marianne si è persa nei decenni, si è inasprita e ora mostra la sua età e risulta raschiante come se fosse quella di una Bob Dylan al femminile. Il disco, però, anziché risultarne totalmente sminuito, ne guadagna. L'artista inglese di jaggeriana memoria, imbastisce un album davvero meritevole, in cui fanno capolino numerosi artisti di livello: oltre a Roger Waters, ecco partecipare Nick Cave e Anna Calvi, Leonard Cohen e gli Everly Brothers. Per i miei gusti, un disco davvero bello. Voto: 6,8.


E passiamo a Michael.
Michael Jackson - Xscape: a tre anni e mezzo dal precedente, brutto, Michael, esce il secondo disco postumo di inediti legato al nome del re del pop e dell' R&B. TRENTUNESIMO disco postumo se si contano le raccolte, riedizioni e live. In soli cinque anni, gli squali hanno spolpato il cadavere di quest'artista che forse sarà stato anche uno dei più commerciali e studiati di sempre, ma che, a differenza di molti altri nomi, le qualità le possedeva davvero.
Mi sono avvicinato a Xscape, quindi, pensando a tutto ciò e con la pessima sensazione nelle orecchie che mi aveva fornito il suo predecessore. Mi sono invece trovato davanti ad un album onesto, in cui le tracce vocali di Jackson sono state valorizzate al meglio, mescolando sonorità anni novanta a influenze contemporanee. Non c'è nulla di memorabile, ma qualche brano di livello lo trovo e mi convince. E allora, tutto sommato, ecco che la sufficienza me la strappa e anche un po' di malinconia per quell'uomo col complesso di Peter Pan. Voto: 6.

Mike Gordon - Overstep: oltre a un album nuovo dei Phish, quest'anno mi gusto anche un album solista di Mike Gordon, il bassista (e cantante, in diversi brani) della band che spero di vedere a breve come regalo di laurea.
Il disco è frizzante e meritevole, anzi: spiace addirittura che un paio di pezzi non siano stati proposti per il repertorio targato col nome della band, ma siano stati tenuti per la discografia solista.
Il disco, come consuetudine di questi artisti, spazia tra vari generi e trovo che si distingua dalla media per freschezza. Spero che qualche brano possa esser portato in tour anche dai Phish, in modo da poterlo gustare suonato anche da Anastasio, McConnell e Fishman!
Voto: 6,5.



Per ora vi ho rifilato solo i miei pareri sugli album del 2014... nei prossimi giorni agostani vi ammorberò anche coi non richiesti pareri sulle annate precedenti!!!! [smile]

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Hairless Heart
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Re: Gli album del 2014

Messaggio da Hairless Heart » 08/08/2015, 18:38

Fortuna che parto per le ferie..... [smile]
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reallytongues
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Re: Gli album del 2014

Messaggio da reallytongues » 08/08/2015, 21:57

sono contento che il voto più "alto" lo abbiano i Black Keys che secondo me sono un gruppo che è stato capace di scrivere più di un classico
l'ultimo album poi è un passo avanti davvero convincente in sonorità pop moderne
dal vivo però non mi convincono al 100%

George Ezdra ha fatto un disco davvero bello, un rock'n'roll semplice, ma pure multiforme
sempre elgante stilisticamente
per me un grande artista
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Carlo Maria
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Re: Gli album del 2014

Messaggio da Carlo Maria » 09/08/2015, 6:12

A-ha, really, errato: il voto più alto lo ha beccato Fabio Zuffant8 col suo davvero valido album programma! E se è detto da uno come me che il programma non lo ama vuol dire che il disco mi ha proprio colpito! :)

Quanto ai BK, la prima volta che li vidi live non mi piacquero proprio per niente. Poi mi regalarono un biglietto per un concerto torinese...tutta un'altra cosa: da urlo!!!

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Re: Gli album del 2014

Messaggio da reallytongues » 09/08/2015, 12:35

sto Fabio...
proverò ad ascoltare
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Re: Gli album del 2014

Messaggio da Carlo Maria » 09/08/2015, 15:28

reallytongues ha scritto:sto Fabio...
proverò ad ascoltare


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Lamia
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Re: Gli album del 2014

Messaggio da Lamia » 10/08/2015, 15:57

A me invece il disco dei Coldplay e' piaciuto parecchio , e me lo riascolto sempre volentieri, perche' sono ritornati alle sonorita' dei primi album. RIguardo i Radiohead sinceramente e' la prima volta che leggo che 'hanno cercato di spacciarli per. . ', sono le solite robe strampalate dei giornalisti che ambiscono a darsi un tono, perche' i Coldplay semplicemente non sono e non hanno mai voluto fare o imitare i Radiohead e nessun altro. Fermo restando le influenze musicali , per le quali tutti gli artisti , a meno che uno non viva da solo in un cristallo di vetro isolato dall'universo, hanno nel proprio percorso artistico.

L'album dei PInk Floyd sono un omaggio a Wright , si sente eccome, in quanto sono registrazioni fatte durante le session di "The Division Bell". La presenza del fantastico Richard e' chiarissima, ovviamente non puo' propriamente chiamarsi un 'album' fatto e finito, ma se uno ama lo stile di Wright, come me, ci trova molto di cui ascoltare , molto di originale, perche' le sue composizioni e intuizioni erano davvero fantastiche, quel ipnotico 'tappeto' delle tastiere, inimitabile, molto di quel fluido rosa che ha stregato intere generazioni. Se, al contrario, lo si ascolta in modo asettico, chiaro che si possono trovare molti difetti. Personalmente mi ci sono voluti piu' ascolti per capire e catturare 'quel' suono. . [hearts]

RIguardo Michael Jackson invece concordo, rispetto all'imbarazzante primo album postumo, questo e' piu' coerente con la linea di Michael, si lascia ascoltare meglio, pero' si avverte che manca , come dire, il benestare del genio di Michael che, sicuramente, se non ha fatto uscire questi pezzi aveva i suoi buoni motivi. Si avverte che altre teste hanno pensato per lui, gli arrangiamenti sono carini, la cosa che mi e' piaciuta e' il fatto che hanno pubblicato i demo originali e gli stessi rivisitati .

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Il mago di Floz
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Re: Gli album del 2014

Messaggio da Il mago di Floz » 10/08/2015, 17:52

Sarò campanilista; ma voglio aggiungere Goga e Magoga di Davide Van De Sfroos, album di squisita fattura in bilico tra momenti delicati e sognanti, spesso malinconici (come in Crusta de platen) e brani tirati e più vigorosi (come in Goga e Magoga). Per me è da 8.
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Re: Gli album del 2014

Messaggio da Carlo Maria » 13/08/2015, 1:16

Il mago di Floz ha scritto:Sarò campanilista; ma voglio aggiungere Goga e Magoga di Davide Van De Sfroos, album di squisita fattura in bilico tra momenti delicati e sognanti, spesso malinconici (come in Crusta de platen) e brani tirati e più vigorosi (come in Goga e Magoga). Per me è da 8.

Accidenti, mago, la tua risposta mi era sfuggita, scusa.
Guarda, Van De Sfroos prima o poi lo andrò a vedere live. Anche se sono del nord, il dialetto piemontese differisce non poco da quello di questo cantautore e quindi mi perdo spesso qualche parola per strada, ma mi piace e lo trovo bravo. Una delle voci migliori del panorama italico contemporaneo.
Il disco in questione non l'ho ascoltato, però, e quindi lo reperirò come da tua segnalazione, per curiosare sul suo stato di forma! [bye]

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